MITO: i plusdotati non hanno bisogno di aiuto, possono fare tutto da soli

E’ diffusa l’idea che i plusdotati abbiano qualcosa in “più” e pertanto non necessitino mai di aiuto. 

Guardare alla plusdotazione solo come “quantità” (quoziente intellettivo, voti, risultati…) non tiene conto di una serie di aspetti che ne aiutano a descrivere la complessità: come va con l’organizzazione? L’autonomia? La gestione del tempo? Le relazioni con i pari? Le abilità di cooperare per raggiungere obiettivi condivisi? La flessibilità? 

Pensiamo al mondo della scuola. Molte volte gli interventi inclusivi si limitano a dare ai plusdotati un ruolo di tutor per i compagni in difficoltà. A volte serve anche questo, ma non può essere l’unico ruolo.  

Gli studenti plusdotati hanno altrettanto bisogno di stimoli e di sfide nell’apprendimento, di insegnanti preparati, disposti a mettersi in discussione senza paura, che li aiutino a sviluppare i loro talenti. 

A volte capita che i plusdotati raggiungano gli obiettivi didattici e accademici o che, orientati al problem solving, arrivino laddove si erano prefissati, senza particolari difficoltà ed in autonomia. In questo caso può essere utile una figura simile a quella del coach in ambito sportivo, una guida preparata che possa stimolare e allenare le potenzialità affinché si possano sviluppare appieno, orientandosi di volta in volta verso nuovi traguardi.

E poi c’è invece chi fatica a raggiungere obiettivi apparentemente semplici o che altri coetanei raggiungono più facilmente. Ad esempio a scuola a volte non rispettano le consegne, perdono tempo, non riescono a stare sul compito perché il pensiero arborescente è troppo ricco e veloce. In questo caso un buon insegnante dovrà riuscire a canalizzare energia e potenzialità in funzione degli obiettivi scolastici e prestazionali richiesti, pur mantenendo accesa la curiosità.